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Terapie

Infanzia

Infanzia e adolescenza


Il più delle volte è in ambito scolastico che possono emergere i primi segnali di disagio da parte del bambino o del ragazzo. Tuttavia anche a casa si instaurano dei circoli viziosi fra genitori e figli che portano e creare ed alimentare situazioni problematiche.
I genitori e le figure adulte di riferimento – gli insegnanti, l'allenatore, ... - prima colgono questi segnali di disagio prima aiutano il bambino/ragazzo a risolvere tali difficoltà.

Età evolutiva

Il disagio in età evolutiva è una condizione sempre più oggetto di attenzione clinica: bambini con disturbi anche invalidanti di alimentazione, mal di pancia ricorrenti, vomito, emicranie, vari disturbi di comportamento, o ancora bambini arrabbiati, tristi, fragili, con difficoltà a rispettare le regole, iperattivi ed insofferenti verso gli altri. Nei bambini, anche molto piccoli, vengono rilevate difficoltà legate al distacco dalla famiglia, balbuzie, ansie, disturbi del sonno, alterazioni del controllo sfinterico. In età scolare possono presentarsi fobie scolari, difficoltà di attenzione e apprendimento, problematiche nel rendimento scolastico.
In adolescenza e pre-adolescenza i problemi psicologici possono esprimersi come disturbi d’ansia, comportamenti aggressivi ed oppositivi, eccessive reazioni di collera e rabbia, difficoltà nel rispetto delle regole e nel tollerare le frustrazioni, con conseguenti disturbi della condotta ed episodi di bullismo, depressioni, problemi scolastici, disturbi del comportamento alimentare, fino a veri e propri gravi disturbi del pensiero e della affettività. In tutte queste situazioni di disagio è opportuno un intervento psicologico in modo da aiutare il bambino o l’adolescente, i suoi genitori e i suoi insegnanti ad individuare il tipo di difficoltà, ad attribuirgli un significato e a ricostruire una situazione di equilibrio.

Adolescenza

Il periodo adolescenziale è una fase della vita in cui tutti i ragazzi manifestano in maniera più o meno intensa, difficoltà di varia natura, nei rapporti con i genitori e con le altre figure adulte, con i coetanei, con la scuola. Molti adolescenti e giovani adulti, durante questo periodo vivono in uno stato di disagio, di preoccupazione e in termini psicologici, di sofferenza psichica.
L’adolescenza è una fase dello sviluppo in cui l’individuo affronta numerosi cambiamenti che avvengono sia sul piano fisico che sul piano delle emozioni. L’adolescente si confronta con la sessualità e con l’amore, con le difficoltà e le alternanze di gioie e dolori che ne conseguono. Può succedere di sentirsi confusi, arrabbiati, sopraffatti da vissuti di solitudine e inadeguatezza. Viene contestata la visione tipica del mondo in cui vive e si va alla ricerca di altro, anche se non si sa bene cosa. A volte le difficoltà e il disagio sono tali da compromettere il funzionamento psichico della persona, dando luogo ad una sofferenza che spesso gli adolescenti non riescono ad esprimere in modo chiaro e che può evolversi verso lo sviluppo di un vero e proprio disturbo mentale. Stati angosciosi o depressivi che comportano sofferenza, tristezza e solitudine, sono molto frequenti; l’adolescente cerca di trovare nuove strategie che gli consentono di affrontare le difficoltà che incontra, senza ricorrere all’appoggio del genitore. Vuole imparare a “camminare con le proprie gambe”. Questo desiderio di “crescere dentro” è essenziale, ma richiede fatica e impegno. In questo delicato periodo di cambiamento è importante fornire un supporto psicologico sia ai genitori, che si sentono spesso impotenti di fronte alla sofferenza del figlio, sia agli adolescenti che vanno aiutati ad affrontare una fase cruciale della loro esistenza, il cui esito potrà condizionare, in maniera significativa il loro futuro.

I genitori e l'ascolto dei figli
Noi genitori dobbiamo essere convinti che le regole che vogliamo dare siano giuste, altrimenti non riusciremo neppure a trasmetterle ai figli. Se una regola non è stata dentro di noi accettata profondamente, se non è stata vissuta, non è considerata buona dal genitore, non possiamo pensare di poterla trasmettere con efficacia e cosa più importante non sarà possibile farla rispettare ai nostri figli.
Accettato il fatto che i bambini come gli adolescenti hanno bisogno di regole e di fermezza per diventare degli adulti responsabili, la cosa più difficile è dare regole giuste e farle rispettare. A volte, i genitori si sentono in colpa quando devono imporsi su un figlio, temono che contrariandolo perderanno stima e affetto per loro, temono che il legame possa incrinarsi perché gli si chiede una rinuncia o una frustrazione. Sono questi genitori che subiscono i figli e la loro “dittatura”. Insicuri ed incerti rispetto alle richieste dei loro figli.
Se il genitore non riesce a dare regole e a farle rispettare, deve chiedersi perché. Questo è legato al vissuto con le nostre figure genitoriali. LA domanda da porsi è:
come abbiamo vissuto le regole ?
Come ci siamo sentiti se siamo stati ignorati e non ci hanno dato regole, indicazioni, una guida perché poi non gli importava molto di noi? Abbiamo ricevuto un'educazione troppa severa con punizioni fisiche e allora abbiamo rifiutato in toto quel tipo di educazione oppure nostro malgrado la replichiamo, perché quello è il modello che conosciamo? Abbiamo ricevuto un'educazione troppo permissiva per cui manca a noi la forza e la consistenza per dare regole giuste ai nostri figli? La prima regola è pensare che possiamo fare degli sbagli anche se noi siamo certi di fare bene. I modelli genitoriali introiettati si ripetono necessariamente, da lì possiamo scoprire le nostre difficoltà e i nostri limiti, occorre a volte sbagliare per poter capire e trovare modalità più efficaci.
Occorre metterci sempre in discussione, perché questo ci aiuta a chiedere, a informarci a confrontarci con altri.
A tal fine basilare è l’ascolto. Ascoltare i nostri figli è un’arte. Dobbiamo essere pronti a sospendere ogni nostro giudizio, ogni valutazione, ogni idea preconcetta, in una parola dobbiamo sgombrare la mente da tutti gli anni di esperienza vissuta come figli. Perché i nostri figli sono figli diversi da quelli che siamo stati noi.
Ascoltare non vuol dire stare zitti. Significa interessarsi realmente ai pensieri che i nostri figli ci comunicano.
L’ascolto attivo-profondo permette di instaurare con il figlio un rapporto significativo in cui possa esprimere il suo mondo interiore, le sue paure, i suoi dubbi, i suoi disagi, le sue gioie ecc.
Per attuare l’ascolto attivo-profondo occorre tenere presente quattro elementi: l’amore, l’attenzione, l’umiltà e il silenzio.
L’amore fa sì che il figlio percepisca di essere accettato, amato e possa fidarsi e con-fidarsi, perché non si senta valutato, giudicato e sottoposto a critica.
L’attenzione partecipe e attiva ma non invadente del genitore, permette di trasmettere il vero interesse per quello che sta dicendo.
Pazienza nel registrare tutto ciò che i nostri figli ci dicono, ed anche e soprattutto quello che apparentemente non sembra essere significativo.
L’umiltà del genitore gli permette di pensare che può imparare molto dal figlio e di non pensare di sapere già tutto. Un aspetto che bisogna cambiare è il pregiudizio di pensare, che si è già in possesso della verità per cui ci si chiude e non ci si permette di crescere attraverso il confronto.
Saper attendere dopo avere imparato a distinguere ciò che di pregnante emotivamente i nostri figli ci rendono partecipi.
Il silenzio, fare silenzio dentro noi stessi per mettersi nella condizione di fare spazio per accogliere ciò che noi e figli ci diremo.
Occorre dedicare del tempo necessario perché avvenga la comunicazione e mettersi nella disponibilità di ascoltare. Sentire di voler accettare il mondo del figlio, decidere di volerlo aiutare. Non incalzare ma dargli il tempo di guardarsi dentro ed aspettare affinché emergano le emozioni sia quelle positive che quelle negative. Se il figlio ha un problema che lo preoccupa, se comincia a parlare, a far uscire le emozioni, il blocco emotivo comincia a dissolversi. Poter esprimere un problema è iniziare a superarlo, perché esponendolo si opera già una prima separazione dal disagio. La sfida dell’ascolto non è quello di arrivare ad una soluzione ma quello di stare dalla parte del figlio.
Occorre ascoltare senza interferire, senza interrompere, senza invadere. Il genitore è accogliente, paziente e tollerante, rispetta la dignità e l’integrità del figlio. Occorre che il genitore metta da parte i propri pensieri, i propri sentimenti e si concentri sul messaggio del figlio; solo allora potrà percepire il significato che il figlio intende dare alla propria comunicazione.


Essere amati, amare ed essere genitori

La maggior parte degli studiosi concordano nel ritenere che essere genitori significa mettere nel rapporto con i propri figli : amore, razionalità e buon senso.
Teniamo comunque conto come genitori invariabilmente tenderemo a ripetere i modelli educativi interiorizzati, sia positivi che negativi, che abbiamo ereditato dai nostri genitori. Potremmo essere consapevoli di modelli che noi riteniamo adeguati e decidere di metterli in pratica, invece per quanto riguarda i modelli inadeguati, che noi comunque abbiamo vissuto e a volte subìto, potremmo inconsapevolmente tirarli fuori e “agirli “sui nostri figli senza rendercene conto.
A volte vogliamo e pretendiamo di essere dei genitori “perfetti”, ma tanto più vogliamo questo, tanto più andremo incontro a frustrazioni e delusioni. Spesso genitori che sono molto critici verso se stessi sono anche critici e non riescono sempre ad accettare i limiti dei propri figli.
L’incapacità di amare in modo autentico i nostri figli è direttamente proporzionale alla nostra incapacità di amarci come genitori.
L’incapacità di amarci è legata al nostro ideale di perfezione. Così come impariamo a ridere a scherzare a giocare, impariamo anche ad amarci. Spesso però, senza che ce ne accorgiamo, nutriamo odio verso di noi perché non siamo perfetti. Vorremmo essere: in gamba, competenti, intelligenti e se non ci consideriamo tali, questo ci porta a non amarci. Noi odiamo noi stessi perché fondamentalmente noi non ci accettiamo. I motivi per cui non ci accettiamo possono essere i più disparati.
L’odio che proviamo verso noi stessi lo possiamo manifestare in forma attiva, ovvero siamo noi che odiamo noi stessi e odiamo o abbiamo odiato le figure genitoriali.
Poi c’è un odio che si esprime in forma passiva che è l’odio che abbiamo ricevuto dalle figure genitoriali che non ci hanno amato abbastanza o che ci hanno fatto violenza fisica e/o psicologica.
Dobbiamo risolvere l’odio che c’è dentro di noi sia quello in forma passiva che quello in forma attiva.
Se io non posso entrare in comunicazione diretta con l’odio che c’è dentro di me, se non sono consapevole di ciò, questo odio lo scarico sul corpo stando male, oppure mi punisco, creandomi ad esempio una malattia psicosomatica. In altri casi il mio odio può agire indirettamente facendo sì che io vada a mettermi con le mie mani in una serie di guai: incidenti, comportamenti finanziari rischiosi, “dipendenze” di ogni genere, malattie e così via. In questo modo subisco indirettamente le conseguenze del mio odio passivo e attivo. Questo è l’odio rimosso, ovvero è l’odio che agisce dentro di noi senza che noi ce ne rendiamo conto perché è inconscio e represso ed è sotto tutti questi aspetti molto distruttivo. Il Sé, la cui sede è il nostro corpo ci invia dei messaggi perché noi possiamo prendere dei provvedimenti, possiamo intraprendere una strada diversa.
Tanto più saremo riusciti a perdonare i genitori tanto più riusciremo a stabilire un rapporto autentico con il nostro partner e con i nostri figli. Vedremo i nostri figli come sono nella realtà con i loro pregi, con i loro difetti, con il loro bisogno di essere accolti, amati e capiti. Se invece abbiamo dei “conti aperti” con le nostre figure genitoriali questo immancabilmente andrà a “danneggiare” i nostri figli.
Il perdono, che non equivale a dimenticare significa scegliere di non odiare, e permette di capitalizzare energie “ritrovate” per creare e per realizzare i nostri desideri.
Spesso però la ferita che ci portiamo dentro da tanto, troppo tempo spesso non vuole saperne né di amare, né di perdonare, e sembra che soltanto con la vendetta essa possa appagarsi.
Affidandosi alla nostra saggezza interiore, il nostro Sé e dialogando con esso è possibile perdonare. Il perdono delle figure genitoriali ci permetterà veramente di scioglierci dal legame con “ciò che non abbiamo ricevuto”, per perdonarci e amarci per “ciò che non ci siamo concessi”.
Oltre al Sé, da cui possiamo ricevere l’amore e l’accoglienza verso noi stessi affinchè noi possiamo risolvere il problema dell’odio è auspicabile che andiamo ad incontrare qualcuno che ci possa amare, questo ci aiuterà a perdonarci: ciò che non abbiamo avuto, lo possiamo chiedere agli altri, alla vita. Lo possiamo creare, lo possiamo cercare e conquistare. Abbiamo la possibilità o meglio l’opportunità di crearci una nostra vita, un nostro progetto, possiamo darci amore. Accettazione del proprio modo di essere e della propria diversità/unicità
Nel conoscere l’Altro, il funzionamento del nostro cervello ci fa percepire il nuovo in modo che sia il più possibile uguale a noi, mostrandoci eventuali differenze come un pericolo. La paura della diversità è la paura di noi stessi, se non siamo in pace con quello che di noi non accettiamo, ci troveremo sempre nella condizione di escludere, rifiutare, criticare il diverso. Perdendo così anche la possibilità di crescere ed arricchirci emotivamente attraverso il confronto.
Ogni cammino umano è rivolto alla consapevolezza. Per poter ambire alla felicità, il “diverso” deve riconoscere se stesso, accettare la propria natura, ricercare persone disposte ad amarlo per quello che è, superando le difficoltà dell’ “inverno”.
Chi può riconoscersi nella definizione di diverso?
Omosessuali, disabili, stranieri, ma anche figli che non vogliono seguire le orme dei genitori, giovani che non accettano l’ideologia o le mode dell’ambiente in cui vivono, gente che non vuole adeguarsi alle regole imposte dagli altri, sognatori che non scendono a compromessi.
Diverso è anche chi ha una spiccata sensibilità ed è inserito in un ambiente aggressivo e superficiale, o una persona speciale in un gruppo di mediocri.
Può sembrare paradossale ma anche un individuo che ha “qualcosa in più”, come il genio, una persona particolarmente intelligente può percepirsi come diverso e pertanto sviluppare un complesso d’inferiorità.
Il “complesso del talento” consiste nella sofferenza profonda di sentirsi intellettualmente diversi per una superiorità cosciente o inavvertita.
In alcuni casi, il soggetto è consapevole delle sue “doti, ma considera rischioso manifestarle”.
In altri casi i giudizi negativi dell’ambiente hanno effetti più gravi e possono indurre un’intima e sofferta convinzione di non valere. Oppure la discriminazione del genio può riguardare i rapporti interpersonali. Il classico “primo della classe”, escluso dalla vita sociale ed affettiva del gruppo classe. Il riconoscimento intellettuale c’è, ma è pagato a caro prezzo, con l’isolamento dagli amici, e con il rischio di incidere negativamente anche nella vita amorosa.
Nessun essere umano può vivere da solo, ma d’altra parte non si può vivere con tutti, non si può essere in sintonia con tutti.
L’incontro con i propri simili rimane fondamentale per un sano equilibrio affettivo e psicologico. Il diverso deve poter affermare la propria individualità, ma nello stesso tempo sentirsi accettato nel gruppo di appartenenza.
La scoperta dei propri simili spesso può portare a una volontaria ghettizzazione o alla creazione di un’ennesima casta chiusa. Per questo è auspicabile che, anche dopo aver trovato la propria “famiglia”, non si rinunci al confronto con chi è diverso da noi.
Se dovessimo sintetizzare il percorso di crescita umana e spirituale che porta dal riconoscimento della propria diversità, alla costruzione della propria identità, all’amore verso se stessi e alla realizzazione del proprio progetto personale, i passi da percorrere potrebbero essere:
- conoscere e superare le conflittualità interne, cioè ammettere alla propria coscienza il nostro modo unico ed originale di essere nel bene e nel male, anche se diverso da quello del proprio gruppo di appartenenza. Anche se non soddisfa le aspettative genitoriali, le esigenze altrui ed il nostro ideale di perfezione, che tra tutti è il tiranno più severo, castrante e opprimente;
- superare la paura di essere diversi, perché in realtà si è unici, cioè accettare se stessi ed amarsi completamente, anche nella parti immature, sbagliate, non comuni, non desiderabili, malate;
- superare le convenzioni ed i condizionamenti di essere come gli altri, di essere sbagliati perché non si assecondano le aspettative genitoriali o il severo ideale di perfezione;
- identificarsi nell’Io , cioè ritrovare se stessi accettandosi ed amandosi completamente per quello che si è e non per quello che si dovrebbe essere, o che sarebbe più semplice essere;
- contattare il proprio progetto personale di vita, che va individuato e realizzato;
- ritrovare i propri simili cioè una famiglia spirituale, o gruppo a cui si può scegliere di appartenere, in cui quella diversità venga accettata, valorizzata, vissuta come un dono. A volte con la propria famiglia d’origine questo passaggio non è possibile compierlo. A volte oltre alla famiglia reale, occorre affiancare una famiglia “sostitutiva” che ci permetta di non sentirsi diversi, strani, inadeguati, non compresi, amati parzialmente, ma al contrario in perfetta sintonia con sé e con gli altri.

 

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